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:quaddentro:

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martedì 24 febbraio 2015

Imparare a morire

Nessun peso in assenza di morte.
Rimozione della morte/negazione della vita: circoscrivere la crescita ad un dato periodo, la realizzazione ad un altro. La morte è rimandata. Sostituire CRESCITA con SCUOLA, REALIZZAZIONE con CARRIERA. Meccanizzare gli affetti. Accumulare, seguendo il copione. Il ricavato ve lo porterete nella tomba; la vita è rimandata.
Ovunque è ordine e disgregazione.

Imparare a morire: non smettere mai di crescere - non smettere mai di realizzarsi - spremere ogni istante per prepararsi a lasciare tutto.
Rifiutare in blocco qualsiasi condizione diversa da questa.

venerdì 1 febbraio 2013

VOTA LA CRISI

LA CRISI! LA CRISI!
La CRISI sarà l'unico partito che potrai votare.
Infatti, tutti i partiti esistono solo in relazione della CRISI. Più meno tasse posti di lavoro eccetera. Tutti partiti della CRISI, nessuno con una posizione propria. Nessuno ha un programma di rinnovamento radicale: l'ideale massimo sembrerebbe il ritorno a qualche anno fa, quando non si stava bene ma si sopravviveva, in quello stesso marcio sistema che ci ha lasciato col culo per terra. Come se la sopravvivenza potesse essere un valido motivo per vivere. Come se il lavoro fosse la più grande aspirazione umana. Come se il benessere di una persona dipendesse dal rimanere parcheggiati a vita, utero scuola lavoro villaggio turistico bara.
Queste elezioni saranno una grande pagliacciata, perché qualunque cosa voterete sarà la CRISI, e chiunque vincerà, più o meno onesto che sia, non potrà fare nulla per noi se non sovvertendo e riscrivendo tutto dalle fondamenta (cosa che non rientra nei programmi di nessuno).
Chi tra il 24 e il 25 febbraio andrà a "votare" darà l'ennesima dimostrazione di non voler cambiare una virgola della propria banalissima vita - no, della propria banalissima grigia becera sopravvivenza. Nessuna concessione ai menopeggismi da quattro soldi: se voti, voti LA CRISI.

venerdì 14 ottobre 2011

testografia net.futurista

Scendiamo dall'Olimpo dei Poeti, e osserviamo per un istante le parole per ciò che sono, al di là di ogni mitologia letteraria.
Ciò che permette immediatamente di identificare una poesia come tale, è il continuo andare a capo. Quando procediamo alla lettura di una poesia, questo continuo rimando alla riga successiva rallenta la lettura, dando modo di dedicare più importanza alle parole lette.
La poesia appare quindi come uno spazio in cui le parole acquisiscono una maggiore carica espressiva, attraverso un'elaborazione verbale, sonora e grafica dei concetti. Ma se gli aspetti verbali e sonori vengono necessariamente considerati durante il processo di scrittura, l'impostazione grafica si riduce quasi sempre ad una serie di versi letteralmente in riga, come tanti soldatini, o come tanti scolaretti che invecchiano nelle loro classi.
Le uniche parole dotate di dinamismo grafico sono quelle che ci vengono offerte dai manifesti pubblicitari, forse per esigenze e motivazioni espressive superiori a quelle del Poeta medio.
Il Poeta dà spesso prova della sua inerzia, pretendendo di mettere in mostra le sue abili doti di comunicazione senza però preoccuparsi di esprimersi in modo totale, come un compositore che non pensa all'arrangiamento della sua musica. La poesia rimane quindi ferma ad una scelta testografica di base, l'andare a capo, l'ordine e la disciplina.
Gli unici che nel corso del secolo scorso hanno compreso l'importanza del modo in cui la parola scritta si presenta sono stati grandi avanguardisti, da Mallarmé a Govoni, da Marinetti a Picabia, fino ad arrivare alle sperimentazioni più recenti di poesia concreta. Solo le avanguardie hanno considerato la testografia come essenziale proprietà espressiva della parola scritta, donando al testo una propria autonomia.
La testografia non è affatto riconducibile ad un'estetica: è un'esigenza espressiva. La sua diffusione potrà incontrare o meno l'approvazione dei Poeti, ma si estenderà sicuramente tra tutti coloro che hanno una maggiore consapevolezza grafica.
Ed ora
rompete
le righe.

mercoledì 25 maggio 2011

Legirtimazione generazionale

Abbiamo sentito abbastanza ai-miei-tempi da aver afferrato che, stando alla cronaca, viviamo nell'epoca più illegittima che sia mai esistita.
Eppure nessuno di noi stuzzica i cadaveri. Non abbiamo vissuto i Fantastici Anni Sessanta, ma siamo abbastanza svegli da capire quanto essi siano sopravvalutati, e le cerimonie rievocative di numeri magici come 68 o 77 non ci hanno donato altro che una magica arrendevolezza.
Siamo i disgraziatissimi ultimi arrivati, cresciuti nel Grande Vuoto. Il mondo si china preoccupato su di noi, figli dei figli (dei figli) della famiglia patriarcale, che dopo aver assistito al fallimento di ogni tentativo di cambiamento costruttivo non saremo di certo in grado di fare nulla di buono.
Il “ragazzo difficile” imbottito di educazione e psicofarmaci cresce con un messaggio ben preciso che lampeggia su tutti gli schermi: siate pigri, perché non potete farci nulla. Mass-media ormai scaduti tentano invano di emozionarci, donandoci questo o quel viagra con effetti a breve termine.
I meno svegli non hanno tardato a farne una patologia, chiamandola postmoderno. Chissà, forse in un momento di fragilità culturale è esistito anche il postmoderno, che potremmo indicare come quel particolare momento storico in cui ad una veloce successione di prodotti nuovi è seguito un calo dello stupore: così cominciarono i soliti ai-miei-tempi.
Questa sequenza di sbadigli è troppo noiosa per non provocare uno sbadiglio. Ma bisognerebbe essere davvero imbecilli per credere che tutto questo sia un limbo eterno (infatti a crederlo sono gli stessi imbecilli che sostenevano l'immortalità della televisione).
Non esiste nessun postmoderno per un net.futurista.
Non avremmo voluto nascere in un epoca diversa da questa, perché fra le mandrie di frignoni lassisti abbiamo trovato il nostro campo da gioco ideale.
Il Net.Futurismo è la risata che spezza la vacuofilia dei perdenti.

venerdì 13 maggio 2011

Retarchia!

L'individuo medio è abbastanza vivo e incoerente da rappresentare da solo una società eterogenea; ne consegue che non esiste nessun individuo medio. L'unica persona che merita questo titolo è un Mario Rossi qualunque il cui corpo è stato sminuzzato dai grafici delle statistiche, il cui volto si è appiattito sullo schermo, mentre il suo nome si sgretolava in una firma. Meriterebbe di essere preso a schiaffi, se solo esistesse.
La fallimentare società odierna, la società degli intenti insignificanti e del passatempismo idealizzato, è riducibile alla moltiplicazione dell'individuo medio per sé stesso, zero x zero.
L'educazione che riceviamo fin dalla nascita da scuole e mass media ha come fine ultimo l'appiattimento della persona, la trasformazione dell'individuo in uomo medio. Si noti come, nella vita quotidiana, questo appiattimento viene condito con termini luccicanti: ora sei maturo, responsabile, hai messo la testa a posto, viene detto a ragazzi che rinunciano a vivere. L'idiozia generale non permette nemmeno discriminazioni tra l'essere intelligenti e l'essere studiosi. L'uomo-massa si realizza nella ripetizione di frasi altrui, nell'edificazione di un senso morale nella norma o di un nichilismo qualunquista, nel raggiungimento di mezzi di sussistenza di cui potersi accontentare. Eccolo lì il nostro Mario Rossi, maturo, responsabile, studioso come vorrebbe il modello scolastico o inetto e ignorante come lo vorrebbe quello televisivo. La sua non-esistenza si estende a macchia d'olio, e prima di rendervi conto che il signor Rossi è un cannibale vi sarete già uniti al suo banchetto.
Ci si ritrova così ad abbandonare la ricchezza individuale per raggiungere un livello di “perfezione” del tutto omologante, e tu che senza sapere perché ti svegli di cattivo umore, cominci a nutrire sentimenti antisociali nell'ottusa convinzione che possano condurti ad una valida alternativa a tutto questo. Sbagli. La tua frustrazione è ben condivisa dai tuoi simulacri; continuerai a sopportare o ti emarginerai, e in ogni caso non costruirai nulla. Occorre operare una distinzione tra immensificazione dell'individuo e chiusura in sé stessi.
L'immensificazione individuale, da qualche anno a questa parte, è stata resa alla portata di tutti con l'avvento del web 2.0. La rete ci ha donato un paradigma nuovo, un modello che ha spazzato via quello imposto precedentemente. La società cannibale moderna, coi suoi individui “socialmente realizzati” o antisociali, sta riscontrando una seria difficoltà a perseverare efficacemente col suo sistema di autoconservazione. La gente si attiva, si aggrega e costruisce prospettive nuove; l'individuo viene valorizzato al massimo, nella sua eterogeneità: stiamo progressivamente mutando, divenendo finalmente uomini a mille dimensioni. C'è ancora molta dispersione in rete, è vero, ma non si può ignorare la crescita esponenziale del numero di creativi in via di detonazione.

Per liberarci in modo definitivo da vincoli e mortificazioni del nostro tempo, estenderemo il paradigma reticolare ad ogni livello di interazione sociale e processo di crescita individuale.

Non esiste limite che possa arginare la retarchia:

eleveremo a potenza le nostre vite, alla conquista dell'oltrizzonte.


domenica 8 maggio 2011

Il senso della SIAE

...non c'è.
Le note usate dai musicanti nella norma son solo 12. Quante combinazioni potrebbero avere? Quanti secoli di tempo credete che ci vogliano per esaurire una tale scarsità di risorse?
Vogliamo poi parlare dei testi? Di quanti cuoramore dovremo morire prima di ammettere che persino le parole son sempre le stesse?
La SIAE ha i giorni contati.

mercoledì 27 aprile 2011

Contro il feticcio e la realtà antip(r)atica

A tutti coloro che non hanno motivo di esistere.

Codificare la realtà in mappe mentali più semplici è una delle facoltà umane che ci consentono una vita più serena. Abbiamo la nostra occupazione, il nostro rifugio, i nostri film preferiti; conosciamo la differenza tra bianco e nero, e abbiamo scelto da che parte stare. Le giornate si susseguono a rotazione e non teniamo conto dell'eventualità che ci possa cadere un vaso di fiori sulla testa. Su questa routine amiamo fermarci, appesantirci, appisolarci, e la nostra concezione della vita si riduce ad una serie di avvenimenti abbastanza simili tra loro da non scomodare il culo di piombo delle nostre anime. Ben presto rimaniamo intrappolati nella ragnatela delle nostre mappe mentali, nate per semplificarci la vita ma troppo rigide per non complicarla, e ci ritroviamo attaccati a simboli senza più un significato di riferimento: andare a comprare il pane non è in nessun modo riconducibile all'esigenza di un nutrimento, il nostro lavoro è la nostra identità e le scuole sono parcheggi per eterni bambini. Il mondo si riempe di carta, i cassetti vomitano fogli che dovrebbero dimostrare qualcosa a qualcuno; la realtà viene schematizzata, mutilata e servita. Il burocrate che non ci crede se non c'è il giusto timbro è solo l'esempio più pratico di feticismo massificato, in cui a seguito della scomparsa di un fine abbiamo cominciato a leccare il mezzo. Il notaio esce di casa con lo sguardo oltre perché sa che la sua firma ha un valore inestimabile – il nome è merce, il corpo è merce, l'azione è merce, il pensiero è merce, ma abbiamo dimenticato qualsiasi valido motivo per cui desiderare la ricchezza.

Dissociato il significante dal significato, tentiamo la sopravvivenza. Umanità in coda o parcheggiata; qualche ornamento per il tuo parcheggio e sarai il bello del pollaio.

Dissociazione totale di realtà e parola. Le parole smettono di esistere se non nella loro accezione più banale e diventano fini a sé stesse, una formalità scaccia l'altra, parole vuote svuotano la realtà.


Sei abbastanza coraggioso da non sapere cosa farai tra un'ora?

In quel 99% di vissuto quotidiano che quotidianamente rifiuti di vivere si possono tessere le trame della retarchia straripante. Che piaccia o no, una rivoluzione è in corso, e qualsiasi pratica grigia statica inutile verrà filtrata e ripensata nella grande centrifuga dell'avanguardismo.


Il Net.Futurismo convertirà lo sbadiglio in canto di rivolta

mercoledì 9 marzo 2011

unità d'Italia, la prospettiva retarchica

Non c'è da stupirsi se i politicani sono ancora restii ad accettare i festeggiamenti del 150esimo anniversario dell'unità d'Italia: il loro maggior contributo consiste esattamente nel farla a pezzi.
E tra le loro beghe da condominio e un canto alpino, lancio a tutti i miei migliori per un'Italia retarchica straripante interconnessa. Un augurio che non vuole essere nè mera celebrazione di alcunché, nè quieto patriottismo spicciolo.

L'unico antidoto per la mentalità italiana provincialotta mafiosa:
la retarchia

giovedì 10 febbraio 2011

oceano dozzinale - l'antispleen

clicca qui per scaricare il pdf

Ogni uomo è un oceano dozzinale. Ognuno vive assorto nel suo dramma, protagonista assoluto delle più infime banalità. Sopravvivere a questa condizione vuol dire intrattenersi o deprimersi (o deprimersi per intrattenersi, o intrattenersi fino alla depressione).
Quella che propongo è una risata al di sopra delle parti: un inno alla vita spinto al di là di ogni convinzione, imposizione o condanna sociale/individuale.

Stefano Balice

sabato 29 gennaio 2011

Agli studenti

Bravi.
La Gelmini ha tirato fuori il meglio di voi: avete imparato ad organizzarvi, ad essere responsabili per non farvi dare contro dai partiti, a concordare le proteste con gl'insegnanti. Avete tenuto a bada gli studenti che volevano fare solo casino, li avete persuasi del fatto che si stava facendo sul serio. Avete lavorato per togliervi di dosso lo stereotipo del sessantottino, in nome del vostro essere semplici studenti che vogliono rimanere tali, tant'è vero che anche Napolitano ha dovuto accettare di incontrarvi.
Davvero complimenti.
E in tutto questo, siete diventati ciò che odiate: perchè se prima c'era una critica nei confronti del modello dominante -una critica spesso sterile e fatta di slogan, figlia delle pubblicità, ma almeno c'era - ora siete voi a battervi per difenderlo.
Vista in quest'ottica, la scuola non ha mai vissuto un momento di gloria come quello di oggi: un momento storico estremamente curioso, in cui lo studente ha interiorizzato tutti i "valori" dell'istituzione che lavora per annichilirlo, tant'è vero che lotta per essa.

Mi auguro almeno che, se un giorno questo delirio dei tagli finirà, nessuno di voi venga più a parlarmi di rivoluzioni di nessun tipo.

martedì 25 gennaio 2011

L'utopia della scolarizzazione

Facile definire la descolarizzazione un'utopia.
Ma è davvero così facile?
Tutto sommato, pur volendo conservare un'ottica funzionalista, l'istituzione scolastica NON prepara all'ingresso nella società. Descolarizzare vuol dire innanzi tutto rivedere le proprie priorità, al di là di ogni luogo comune, e questa non è un'utopia ma un bisogno umano, nonchè un dovere sociale.
Pensiamo piuttosto alla scolarizzazione: si può essere così fuori di testa da sognare un mondo in cui ogni ragazzo ripete nozioni senza nessuna elaborazione, nozioni che vengono spacciate per verità assolute, ritrovandosi incapace di integrarsi in una situazione qualunque?
Si tratta certo di una macabra utopia, eppure per molti ragazzi è una realtà.
L'approccio costruttivista di alcuni docenti sembra migliorare la situazione. Ma questi docenti sembrano quasi degli infiltrati, che vogliono difendere i ragazzi nel Covo del Nemico. La situazione rimarrebbe pessima anche se questi "descolarizzatori in borghese" costituissero la maggioranza, perchè c'è un'impostazione paradigmatica sbagliata che regola ogni settore scolastico (dalla definizione dei ruoli a quella delle materie), che finisce per scolarizzare anche i modelli pedagogici più aperti.
Non si tratta quindi di pensare a se descolarizzare o meno: succederà, perchè è un processo igienico. Sta a noi definire tempi e modalità.

giovedì 13 gennaio 2011

Enarmonia del pensiero e verbalizzazione

In una mappa di rappresentazione approssimativa degli schemi mentali, in cui il concetto è subordinato alla parola e viceversa, ed entrambi sono rappresentati come punti di connessione tra le linee di una rete:

un pensiero comune, vittima di costanti biases, si sviluppa così

un pensiero enarmonico - verbalizzabile mediante il linguàrtritamòt - si sviluppa così


perchè queste sono le potenzialità massime del pensiero passivo

e queste del pensiero enarmonico

sabato 1 gennaio 2011

Necessità tritamodali

Il modo in cui si legano pensiero e linguaggio è un argomento piuttosto immenso; quello che mi preme dimostrare in questo post è il meccanismo di autolimitazione che deriva da un uso improprio e passivo di una lingua.
Prendiamo come esempio l'atto di cedere un qualsiasi tipo di oggetto o prestazione. Possiamo dire (i primi che mi vengono in mente):

dare
offrire
regalare
donare
prestare
servire
cedere

Ora prendiamo una parola a caso tra queste, e proviamo a pensare come sarebbe la nostra visione del medesimo concetto senza di essa. Togliamo "offrire". "Offrire" non è certo "dare", nè "prestare", nè altro. Ti dono un caffè? No, detto così sembra chissà cosa, invece è solo un caffè. Ti cedo un caffè? Dai, non me ne sto mica privando io. Se vuoi te lo regalo, ma se te lo chiedo mi ridi in faccia. Insomma, alla fine il caffè non te lo offrò più, e l'atto di cedere ecc ecc viene vissuto un po' meno serenamente.

Sto esagerando (più o meno!), ma un'idea ve la sarete fatta sull'importanza che si porta dietro ogni parola; tramite le parole organizziamo i concetti, e a seconda dei nostri schemi mentali ci comportiamo in un modo piuttosto che in un altro.Da qui l'innegabile affermazione che lingua e cultura si riflettono vicendevolmente. Un passo verso l'immensificazione umana è proprio l'uso creativo dl linguaggio. Il linguartritamòt risponde ad una necessità del nostro tempo; se è pur vero che il meccanismo di mortificazione del pensiero portato dal rigidizionarismo ha gravato su di noi per millenni, è anche vero che non esiste un momento migliore di questo per finirla definitivamente con questo gioco di crampi alla lingua. Guardatevi intorno! Guardate i volponi dei vecchi media, che questo meccanismo lo conoscono da tempo. Loro hanno portato tra noi concetti erronei, inesistenti o dal nome totalmente infondato. Il loro dizionario, quello di "finiani", "berlusconismo", "antipolitica", guerra "umanitaria", "reality show" e tutte le altre geniali cazzate, hanno il grande potere di stabilire per cosa litigheremo domani, e quali parole useremo per farlo. Inventa un bianco e un nero; prima ci cascheranno i più vegetabili, poi gli altri si adatteranno. Quindi non spaventatevi se, gironzolando su questo blog, vi capiterà di rileggere una frase due o tre volte prima di coglierne l'ingenuo e festoso significato; sto solo adattando il linguaggio a ciò che voglio esprimere. Esparlo

lunedì 6 dicembre 2010

ocinomranE oreisneP

Bisogna sempre pensare il contrario di quello che si pensa.
Detto così, sembro scemo. Invece no, io penso sempre il contrario di quello che penso.
Prendi le figurine a cui tenevi di più, la tua canzone preferita, il partito che hai sostenuto per anni, la buona causa per cui ti sei battuto, la vita che ti sei costruito. Prendi il tuo senso del dovere, i pochi valori che ritieni importanti. Guardali bene. Ne hai davvero bisogno? Non senti qualcosa che ti infastidisce, non ti senti minacciato da un'incoerenza di fondo che potrebbe rovinare tutto?
Bene: è il momento di essere il contrario di te stesso!
Fare il bastian cuntrari è fin troppo facile con gli altri, ora è il momento di giocare sulla tua pelle.
Metti in discussione tutto, accanisciti, devi essere spietato.
Ma come si può essere contro sè stessi?!
"Me stesso" non esiste. "Me stesso" è quel meccanismo di difesa donatoci da Madre Natura più comunemente chiamato Ego. Gli insetti sociali non hanno nessun "me stesso". Puoi dubitare di te stesso? Altrochè! Puoi dubitare di TUTTO. Sopravviverà qualcosa al Dubbio?

Ovviamente sì (soprattutto se si mettono da parte i dubbi esistenziali). Quello consigliato è solo un esercizio per conoscersi meglio, acquisire sicurezza e lucidità. L'uomo medio, nella sua testa, farfuglia in modo quasi involontario. Se riuscisse a convincersi del contrario di quello che pensa, al di là del risultato delle proprie riflessioni, ne uscirebbe più forte, più consapevole. Un piccolo passo per l'uomo, un tuffo nell'enarmonia del pensiero.

venerdì 5 novembre 2010

Al di là delle 12 sbarre

"Al di là delle 12 sbarre" è una dichiarazione di guerra a tutti i vincoli che portano l'uomo ad omologarsi. Il suono torna alla propria natura, strabordando dalle 12 note che rimbambiscono la nostra sensibilità mutilata per arrivare al puro rumore. Ad accompagnarci in questa battaglia, serie di sinusoidi che giocano con intervalli di ottavi di tono, inferendo il colpo di grazia all'armonia tonale e alle melodie che subiamo passivamente da secoli.

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mercoledì 27 ottobre 2010

22 ottobre 2010 - Net.Futurismo al Corriere della Sera

Alla sede del Corriere c’è un via vai di gente fredda; non abbiamo bisogno di entrare per sapere che tipo di ambiente troveremmo all’interno, e basta guardare lo scorrere degli sguardi persi per comprendere come riescano ad essere pubblicati certi articoli.

Ma noi, da net.futuristi, di certo non ci limitiamo a guardare ;)

Volantini in mano, discorsi frenati nei polmoni e pronti ad esplodere, creiamo l’elemento di disturbo che può ristabilire almeno l’ombra di un contatto con la realtà; sì, perché riuscire a parlare a persone che non sono più abituate a farlo rappresenta la più grande forma di avanguardia che si può fare oggi, quella che l’ “alta cultura” di Fumaroli non sarà mai in grado di fare perché virtuale, chiusa in sé stessa.

L’impresa è più difficile del previsto: le persone che passano non sembrano essere minimamente entusiaste di vederci. Abituate ai soliti assalitori in cerca di soldi, vogliosi di vendere, pronti a fregarle, un network di avanguardisti sparsi per tutta l’Italia che senza nessun scopo lucroso si riunisce in quel preciso spazio è pura fantascienza. Ma noi, che siamo vivi e cocciuti, continuiamo nella nostra impresa.

Gente incurante o impaurita, “grazie” e “no grazie”, qualcuno alla fine si avvicina, perché nei più svegli vince sempre la curiosità. Quello è il momento in cui il tragico equilibrio di una giornata vuota si rompe, lasciando filtrare frammenti di coscienza pronti a mettere radici e crescere. Spostiamo la situazione in strada, all’Accademia di Brera, al convegno internazionale dei Transumanisti: dobbiamo arrivare ovunque.

La provocazione di un blog approda prima sul territorio e ora su questa pagina.

E’ l’arte di fare network.

martedì 5 ottobre 2010

Linguàrtritamòt: non lasciatevi parlare

La tribù dei Piraha utilizza soltanto due parole per descrivere il colore.
In lingua dei segni si usa lo stesso segno per dire "mi piace" e "lo voglio".
Quello che in italiano è un rubacuori, in dialetto è uno sciupafemmene.

Siamo abituati a organizzare i nostri pensieri con parole che usiamo quotidianamente, ma quasi mai ci soffermiamo a riflettere su quanto esse siano relative, e come cambi la sfumatura di un vocabolo traducendolo o sostituendolo con un sinonimo.
Cambiare il proprio modo di rapportarsi alla lingua è un passo fondamentale nella riorganizzazione delle strutture mentali.

L'approccio alla lingua è stato finora di due tipi:
-quello passatista, ossia del grande oratore in grado di lanciarsi in virtuosismi buoni soltanto per chi ha tempo da perdere; tipico è il suo modo di fuggire da questioni complesse utilizzando termini e citazioni sconosciuti ai suoi interlocutori. E' evidente la sua dipendenza dai vecchi schemi, che gli infondono sempre sicurezza, e tratta la propria lingua come un delicato vaso di porcellana, "muovendola" il meno possibile.
-quello presentista, diversamente passivo: sebbene interessante per la ricchezza di termini gergali che si rinnovano costantemente, la lingua parlata dal presentista è una minestrina lessicale generatasi dalla magra acquisizione dello stesso modello del passatista. Sentire un presentista che parla è un'esperienza divertente, si assiste alla dissoluzione del campo semantico attraverso poche confuse parole. Egli ha rifiutato il grottesco spettacolo del passatista, gettandosi in una commedia diversa ma decadente in ugual misura.

Per noi netfuturisti, parlare è un momento di riflessione critica sui propri bisogni, linguistici e quotidiani. Se il termine non esiste ancora, in un modo o nell'altro salta fuori. Questa pratica è il linguàrtritamòt: l'arte di tritare parole ed espressioni, spremerle, crearle, cestinarle o risignificarle.
Verso una lingua performativa.