*̷°͠^"͝*̸°'^͟"̷*͘°*͡°^͏"*°'^̴"͜*͡°̸*͘°^"*̸°̷'͢^"͞*̡°*°̸^̴"̸*̴°'^̸"*͝°͟*°^̨"*͢°'͘^"̢*°͟*҉°͝^͜"*͟°'͞^

:quaddentro:

Visualizzazione post con etichetta linguartritamot. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta linguartritamot. Mostra tutti i post

mercoledì 25 maggio 2011

Legirtimazione generazionale

Abbiamo sentito abbastanza ai-miei-tempi da aver afferrato che, stando alla cronaca, viviamo nell'epoca più illegittima che sia mai esistita.
Eppure nessuno di noi stuzzica i cadaveri. Non abbiamo vissuto i Fantastici Anni Sessanta, ma siamo abbastanza svegli da capire quanto essi siano sopravvalutati, e le cerimonie rievocative di numeri magici come 68 o 77 non ci hanno donato altro che una magica arrendevolezza.
Siamo i disgraziatissimi ultimi arrivati, cresciuti nel Grande Vuoto. Il mondo si china preoccupato su di noi, figli dei figli (dei figli) della famiglia patriarcale, che dopo aver assistito al fallimento di ogni tentativo di cambiamento costruttivo non saremo di certo in grado di fare nulla di buono.
Il “ragazzo difficile” imbottito di educazione e psicofarmaci cresce con un messaggio ben preciso che lampeggia su tutti gli schermi: siate pigri, perché non potete farci nulla. Mass-media ormai scaduti tentano invano di emozionarci, donandoci questo o quel viagra con effetti a breve termine.
I meno svegli non hanno tardato a farne una patologia, chiamandola postmoderno. Chissà, forse in un momento di fragilità culturale è esistito anche il postmoderno, che potremmo indicare come quel particolare momento storico in cui ad una veloce successione di prodotti nuovi è seguito un calo dello stupore: così cominciarono i soliti ai-miei-tempi.
Questa sequenza di sbadigli è troppo noiosa per non provocare uno sbadiglio. Ma bisognerebbe essere davvero imbecilli per credere che tutto questo sia un limbo eterno (infatti a crederlo sono gli stessi imbecilli che sostenevano l'immortalità della televisione).
Non esiste nessun postmoderno per un net.futurista.
Non avremmo voluto nascere in un epoca diversa da questa, perché fra le mandrie di frignoni lassisti abbiamo trovato il nostro campo da gioco ideale.
Il Net.Futurismo è la risata che spezza la vacuofilia dei perdenti.

venerdì 1 aprile 2011

La pratica igienica del collage net.futurista - Klaus-Peter Schneegass

FARE DEI COLLAGES CONTEMPORANEI significa sempre: essere mentalmente disposti all‘elaborazione adeguata di una certa specie di “antiLavoro deCostruttivo per azioni direttissime su carta“ – eseguite dalle forbici Net.Futuriste sovversive dinami(ti)zzanti ben ispirate (ad opera/“anti-opera“ dell‘autore). In questo senso si tratta di VERE “DEcomposizioni surRealiste“ di quella assai ben nota tragicomicità dell‘onnipresentissima REALTÀ QUOTIDIANA autenticamente “NEOCANNÌBALE“. Così nasce una nuova SFERA DI COSCIENZA AVANGUARDISTA quale risultato “frullato“ dall‘esistenza banale “postmoderna“ PASSATEMPISTA: Ci sentiamo quindi in una sorta di “surRealtà vissuta (dal vivo sognata)“.
Ed è proprio questo lo SPIRITO DEL COLLAGE: Sono i ritagli decomposti dell‘ANTIPRODUZIONE NET.FUTURISTA che mirano ad un integrale NUOVO TRITAMONDO PERENNE. Ne uscirà sempre un rigetto quasi “chirurgico“ di immagini pubblicitarie che diventano “creAttive“ e mutano in nuove “creAzioni vive vivacissime“ – trasfigurate sotto questi aspetti analitici e “REcompositivi“.
FARE DEI COLLAGES NET.FUTURISTI vale più di qualsiasi carta igienica: è una pratica igienica consciamente ANTI-ARTISTICA – cioè: per questo verso sta nascendo un altro trapasso “creAttivo“ all‘orizzonte dell‘ANTIPRODUZIONE NEOAVANGUARDISTA di vivacissime “operette d‘@rte con la @ nana“.

Klaus-Peter Schneegass


giovedì 13 gennaio 2011

Enarmonia del pensiero e verbalizzazione

In una mappa di rappresentazione approssimativa degli schemi mentali, in cui il concetto è subordinato alla parola e viceversa, ed entrambi sono rappresentati come punti di connessione tra le linee di una rete:

un pensiero comune, vittima di costanti biases, si sviluppa così

un pensiero enarmonico - verbalizzabile mediante il linguàrtritamòt - si sviluppa così


perchè queste sono le potenzialità massime del pensiero passivo

e queste del pensiero enarmonico

sabato 1 gennaio 2011

Necessità tritamodali

Il modo in cui si legano pensiero e linguaggio è un argomento piuttosto immenso; quello che mi preme dimostrare in questo post è il meccanismo di autolimitazione che deriva da un uso improprio e passivo di una lingua.
Prendiamo come esempio l'atto di cedere un qualsiasi tipo di oggetto o prestazione. Possiamo dire (i primi che mi vengono in mente):

dare
offrire
regalare
donare
prestare
servire
cedere

Ora prendiamo una parola a caso tra queste, e proviamo a pensare come sarebbe la nostra visione del medesimo concetto senza di essa. Togliamo "offrire". "Offrire" non è certo "dare", nè "prestare", nè altro. Ti dono un caffè? No, detto così sembra chissà cosa, invece è solo un caffè. Ti cedo un caffè? Dai, non me ne sto mica privando io. Se vuoi te lo regalo, ma se te lo chiedo mi ridi in faccia. Insomma, alla fine il caffè non te lo offrò più, e l'atto di cedere ecc ecc viene vissuto un po' meno serenamente.

Sto esagerando (più o meno!), ma un'idea ve la sarete fatta sull'importanza che si porta dietro ogni parola; tramite le parole organizziamo i concetti, e a seconda dei nostri schemi mentali ci comportiamo in un modo piuttosto che in un altro.Da qui l'innegabile affermazione che lingua e cultura si riflettono vicendevolmente. Un passo verso l'immensificazione umana è proprio l'uso creativo dl linguaggio. Il linguartritamòt risponde ad una necessità del nostro tempo; se è pur vero che il meccanismo di mortificazione del pensiero portato dal rigidizionarismo ha gravato su di noi per millenni, è anche vero che non esiste un momento migliore di questo per finirla definitivamente con questo gioco di crampi alla lingua. Guardatevi intorno! Guardate i volponi dei vecchi media, che questo meccanismo lo conoscono da tempo. Loro hanno portato tra noi concetti erronei, inesistenti o dal nome totalmente infondato. Il loro dizionario, quello di "finiani", "berlusconismo", "antipolitica", guerra "umanitaria", "reality show" e tutte le altre geniali cazzate, hanno il grande potere di stabilire per cosa litigheremo domani, e quali parole useremo per farlo. Inventa un bianco e un nero; prima ci cascheranno i più vegetabili, poi gli altri si adatteranno. Quindi non spaventatevi se, gironzolando su questo blog, vi capiterà di rileggere una frase due o tre volte prima di coglierne l'ingenuo e festoso significato; sto solo adattando il linguaggio a ciò che voglio esprimere. Esparlo

martedì 5 ottobre 2010

Linguàrtritamòt: non lasciatevi parlare

La tribù dei Piraha utilizza soltanto due parole per descrivere il colore.
In lingua dei segni si usa lo stesso segno per dire "mi piace" e "lo voglio".
Quello che in italiano è un rubacuori, in dialetto è uno sciupafemmene.

Siamo abituati a organizzare i nostri pensieri con parole che usiamo quotidianamente, ma quasi mai ci soffermiamo a riflettere su quanto esse siano relative, e come cambi la sfumatura di un vocabolo traducendolo o sostituendolo con un sinonimo.
Cambiare il proprio modo di rapportarsi alla lingua è un passo fondamentale nella riorganizzazione delle strutture mentali.

L'approccio alla lingua è stato finora di due tipi:
-quello passatista, ossia del grande oratore in grado di lanciarsi in virtuosismi buoni soltanto per chi ha tempo da perdere; tipico è il suo modo di fuggire da questioni complesse utilizzando termini e citazioni sconosciuti ai suoi interlocutori. E' evidente la sua dipendenza dai vecchi schemi, che gli infondono sempre sicurezza, e tratta la propria lingua come un delicato vaso di porcellana, "muovendola" il meno possibile.
-quello presentista, diversamente passivo: sebbene interessante per la ricchezza di termini gergali che si rinnovano costantemente, la lingua parlata dal presentista è una minestrina lessicale generatasi dalla magra acquisizione dello stesso modello del passatista. Sentire un presentista che parla è un'esperienza divertente, si assiste alla dissoluzione del campo semantico attraverso poche confuse parole. Egli ha rifiutato il grottesco spettacolo del passatista, gettandosi in una commedia diversa ma decadente in ugual misura.

Per noi netfuturisti, parlare è un momento di riflessione critica sui propri bisogni, linguistici e quotidiani. Se il termine non esiste ancora, in un modo o nell'altro salta fuori. Questa pratica è il linguàrtritamòt: l'arte di tritare parole ed espressioni, spremerle, crearle, cestinarle o risignificarle.
Verso una lingua performativa.