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giovedì 9 giugno 2011

Agenzia di socializzazione???

Certo, è facile dire “chiudiamo le scuole” ora che i ragazzi hanno molti più stimoli e apprendono di più al di fuori di essa... Ma la scuola rimane pur sempre un'agenzia di socializzazione, e come tale non è sostituibile.

Quest'affermazione, che sintetizza l'ultima argomentazione possibile in difesa dell'istituzione scolastica, è falsa.
Nessuno si può azzardare a definire agenzia di socializzazione un luogo in cui i rapporti umani sono imposti e limitati, limitati quantitativamente al numero di compagni di classe, limitati al contesto e all'ambiente scolastico, limitati ai propri coetanei, limitati alla durata dell'intervallo, insomma


LIMITATI.


La verità è che qualunque luogo pubblico può potenzialmente costituire un'agenzia di socializzazione migliore della scuola, purché sia privo dei suddetti limiti.
Solo un imbecille potrebbe definire l'isolamento come un modo per permettere all'individuo di comprendere la propria posizione nel contesto sociale. Un imbecille che ha passato il suo periodo migliore a studiare, riducendo la propria persona a quattro libri e due voti.

sabato 29 gennaio 2011

Agli studenti

Bravi.
La Gelmini ha tirato fuori il meglio di voi: avete imparato ad organizzarvi, ad essere responsabili per non farvi dare contro dai partiti, a concordare le proteste con gl'insegnanti. Avete tenuto a bada gli studenti che volevano fare solo casino, li avete persuasi del fatto che si stava facendo sul serio. Avete lavorato per togliervi di dosso lo stereotipo del sessantottino, in nome del vostro essere semplici studenti che vogliono rimanere tali, tant'è vero che anche Napolitano ha dovuto accettare di incontrarvi.
Davvero complimenti.
E in tutto questo, siete diventati ciò che odiate: perchè se prima c'era una critica nei confronti del modello dominante -una critica spesso sterile e fatta di slogan, figlia delle pubblicità, ma almeno c'era - ora siete voi a battervi per difenderlo.
Vista in quest'ottica, la scuola non ha mai vissuto un momento di gloria come quello di oggi: un momento storico estremamente curioso, in cui lo studente ha interiorizzato tutti i "valori" dell'istituzione che lavora per annichilirlo, tant'è vero che lotta per essa.

Mi auguro almeno che, se un giorno questo delirio dei tagli finirà, nessuno di voi venga più a parlarmi di rivoluzioni di nessun tipo.

martedì 25 gennaio 2011

L'utopia della scolarizzazione

Facile definire la descolarizzazione un'utopia.
Ma è davvero così facile?
Tutto sommato, pur volendo conservare un'ottica funzionalista, l'istituzione scolastica NON prepara all'ingresso nella società. Descolarizzare vuol dire innanzi tutto rivedere le proprie priorità, al di là di ogni luogo comune, e questa non è un'utopia ma un bisogno umano, nonchè un dovere sociale.
Pensiamo piuttosto alla scolarizzazione: si può essere così fuori di testa da sognare un mondo in cui ogni ragazzo ripete nozioni senza nessuna elaborazione, nozioni che vengono spacciate per verità assolute, ritrovandosi incapace di integrarsi in una situazione qualunque?
Si tratta certo di una macabra utopia, eppure per molti ragazzi è una realtà.
L'approccio costruttivista di alcuni docenti sembra migliorare la situazione. Ma questi docenti sembrano quasi degli infiltrati, che vogliono difendere i ragazzi nel Covo del Nemico. La situazione rimarrebbe pessima anche se questi "descolarizzatori in borghese" costituissero la maggioranza, perchè c'è un'impostazione paradigmatica sbagliata che regola ogni settore scolastico (dalla definizione dei ruoli a quella delle materie), che finisce per scolarizzare anche i modelli pedagogici più aperti.
Non si tratta quindi di pensare a se descolarizzare o meno: succederà, perchè è un processo igienico. Sta a noi definire tempi e modalità.

giovedì 15 luglio 2010

Apriamo le scuole!

Quando Papini lanciò il suo appello contro l'istituzione scolastica, probabilmente non si era reso conto che le scuole erano già molto chiuse:
chiuse erano le menti di chi, al suo interno, lavorava per chiudere quelle altrui, creando in questo modo un meccanismo di autoconservazione; chiuse erano le porte della scuola - chiuse al mondo e alla vita. Ed è ancora così, oggi più che mai.
No, davvero, le scuole devono essere aperte.
Apriamole, come nel corso di un'autopsia, per stabilirne le cause del decesso.
Apriamole al vissuto quotidiano di chi ogni giorno ha a che fare con esse, perchè una scuola che finisce dove finisce l'aula di lezione non può essere considerata altro che una vessazione, tutt'altro che formativa.
Strano che mentre Boccioni pensava alla "statua aperta", in compenetrazione con lo spazio circostante, Papini non abbia ipotizzato un'evoluzione analoga delle istituzioni.
Chiudere le scuole sarebbe fuori luogo, ma non più di mantenerle così come sono. Bisogna restituire la formazione alla sua funzione più nobile - quella di supportare e incrementare lo sviluppo del singolo individuo inserito in un contesto sociale - e per fare questo serve un nuovo modello educativo. Le conseguenze avrebbero ripercussioni sociali enormi.; infatti, se una scuola "chiusa" può nuocere così tanto, quella "aperta" rappresenterebbe una profonda speranza per chi come noi net.futuristi si augura un futuro pieno di menti creative e brillanti.
Il punto di partenza per tale rinnovamento è il Manifesto degli insegnanti lanciato in questi giorni sul web. Questo testo, frutto di confronti e dibattiti avvenuti nel ning "La scuola che funziona" - con la presenza dei net.futuristi Antonio Saccoccio e Mariaserena Peterlin - enuncia in modo molto schematico e diretto quella che sarà la base per un radicale cambiamento nel mondo della formazione. Ben inteso, il manifesto NON è un punto di arrivo: con esso viene a crearsi una nuova zona di sviluppo prossimale, che in questo caso non riguarda più i contenuti appresi dagli studenti, ma ciò che gli insegnanti dovranno imparare ad essere, perchè - riprendendo le parole di Antonio Saccoccio - il cambiamento auspicato è di tipo paradigmatico.
La sfida è aperta.
Apriamo le scuole!

lunedì 12 luglio 2010

Quello che rimane

Scienze della formazione primaria.
Quindi si suppone che si imparino i metodi migliori per aiutare i bambini nel loro percorso di crescita.
E invece mi ritrovo a dover constatare che quello che rimane nella formazione (per l'appunto) degli studenti non è il contenuto dei libri - che tra un Vygotskij e un Claparède, completati da programmazioni di esperienze didattiche, gli stimoli tutto sommato non mancano - quello che rimane, dicevo, è la virtualità, culturalmente appresa, dell'università e dell'istruzione in generale.
Mi spiego meglio.
Sto per dare un esame di didattica della matematica (in cui tutto ciò che è inerente alla didattica è magicamente scomparso) e mi sintonizzo sulle frequenze delle mie conoscenti per captare qualche informazione al volo. Ripassano, fanno bigliettini, si interrogano a vicenda. Quello che mi sorprende, è il modo in cui vanno in crisi alcune di loro per argomenti che non ricordano bene, nonostante siano molto intuitivi (sempre di matematica per bambini si parla...). Sono stupide? Sono ignoranti?
Niente di tutto ciò. Hanno la sindrome da virtualità indotta.
Ossia, non riescono a vedere collegamenti tra ciò che studiano e ciò che vivono; il libro per loro nasce a pagina 1 e muore a pagina tot. Tutte le loro conoscenze non servono a niente, il loro vissuto non deve esistere: l'esame, l'università sono microcosmi privi di nessi con la vita - appunto, virtuali, realtà simulate.
Ben inteso, non si tratta di un punto di vista degli studenti indotto dalla loro ingenuità, ma da un'azione massiccia di stiraggio da parte dell'istituzione scolastica, che educa fin dalla prima infanzia ad essere niente più che degli esseri privi di volontà, appiattiti, la cui esperienza non vale nulla.
Ovviamente, all'università si mantiene questa linea, e i metodi più avanguardisti vengono insegnati coi metodi più scadenti (e, da più di un secolo, scaduti).
Così, quello che rimane impresso nelle menti di questi ripetitori stirati, non è il contenuto, ma il modo in cui l'hanno "appreso" - e la grande stireria che si occupa di istruzione può stare serena ancora per un po'.

sabato 3 luglio 2010

Rumore formativo, pensiero enarmonico - parte 2

"Lo studio continuo e attento dei rumori può dunque rivelare dei godimenti nuovi, delle emozioni profonde.
Ricordo come ciò dovessero confessare, con profondo stupore, gli esecutori che ebbi per il primo concerto dato a Milano con gl'Intonarumori. Dopo la quarta o quinta prova, mi dicevano, che fatto l'orecchio e presa l'abitudine al rumore intonato e variabile dato dagli Intonarumori, fuori in strada prendevano grandissimo piacere a seguire i rumori dei tram, delle automobili, ecc. constatando con stupore le varietà di tono che riscontravano in questi rumori.
Erano dunque gl'Intonarumori che avevano avuto il merito di rivelare loro questi fenomeni."

("L'Arte dei rumori - cap.4: i rumori della natura e della vita", Luigi Russolo)

L'elettrorumorismo net.futurista NON è assolutamente un'attività puramente ludico-ricreativa.
Esso ha per fine l'emancipazione della sensibilità musicale, propria e altrui. Gli esperimenti di musicoralità lanciati da Gianluigi Giorgetti e quelli di technorumorismo ai quali hanno partecipato diversi net.futuristi, sono forse quelli che manifestano in modo più evidente quest'obiettivo: riuscite a immaginare come sarebbe ritrovarvi a "canticchiare" il rumore di un motore o il semplice parlato? Il passo successivo sarebbe riconoscere come "musicali" tutti i motori e tutte le voci.

Come aveva anticipato Russolo, la sensibilità musicale è solo una questione di abitudine; è molto più elastica di quanto si possa pensare, e con un po' di allenamento imparerà a distinguere la musica di ogni situazione.

L'armonia tonale, il solito ritmo in 3/4 o 4/4, altro non sono che semplificazioni del rumore così com'è, ossia complesso; col tempo abbiamo imparato, su basi che potremmo definire un prodotto culturale astratto, a commuoverci su melodie tristi e gioire con quelle allegre. Il risultato? Uno spietato e ininterrotto festival del plagiarismo, con canzonette sempre uguali e, proprio per questo, facili da dimenticare dopo pochi mesi.
E' giunta l'ora di piantarla definitivamente con queste buffonate usa e getta, e dedicarci alla nostra percezione, alla nostra conoscenza dello spazio circostante, così come indicava già Antonio Saccoccio in questo post.
L'elettrorumorismo net.futurista non darà mai l'intrattenimento sempliciotto di cui molti credono di necessitare.
Il rumore è un'arma dal forte potenziale formativo.

lunedì 10 maggio 2010

Rumore formativo, pensiero enarmonico

Ogni debolezza è un limite.
Ogni limite si maschera con uno schema.
Ogni schema serve a semplificare un problema affidandone la risoluzione, per l'appunto, ad uno schema [che sovente viene imposto da qualcuno e preso per buono da qualcunaltro, senza troppe domande (gli schemi fanno comodo ai deboli)].
Questa sorta di burocrazia del pensiero si presenta in ogni azione attiva o passiva che sia, nelle abitudini individuali e nelle consuetudini sociali; le sue maschere sono quelle dell'accademismo, del dogmatismo, dello "stile", dei principi di armonia in musica e nella monodirezionalità in ambito artistico, formativo, mediatico.

Ho la pelle d'oca quando penso che per secoli e secoli abbiamo usato quasi esclusivamente le stesse 12 note; sarei più sereno tenendo lo stesso paio di calzini per una settimana. A quanto pare siamo così pigri da accettare 12 sbarre purchè costituiscano una comoda gabbia.
Ogni musicista dovrebbe decidere su quali frequenze "fissare" le proprie note (sempre ammesso che questo lavoro sia considerato necessario dall'autore: è una questione d'intenti). Quando la percezione collettiva arriverà a preferire la diversità rispetto all'omologazione, l'iniziativa alla ripetizione, scopriremo di essere degli instancabili rumoristi in un mondo di Musica: l'armonia tonale, per la sensibilità musicale, ha finito per rappresentare ciò che un distacco della retina può essere per la vista: ci ha tolto la gioia di apprezzare i rumori per ciò che sono.

E ancora: non può essere altro che pigrizia quella che spinge a continuare ad adottare le cadaveriche lezioni frontali. "Stai seduto e ascolta", un metodo fallito in partenza, non credo ci sia bisogno di molte argomentazioni sul perchè: abbiamo tutta la pedagogia del Novecento a insegnarci come questa modalità di lezione sia una delle cause fondamentali della demotivazione da parte degli alunni. Occuparsi di formazione non è certo un lavoro per vigliacchi: se non vi rendete conto che le lacune dei singoli professori e maestri possono finire per rovinare intere generazioni, state alla larga; se non capite che questi sono anni complessi e di transito, e che bisogna insegnare creativamente ad essere creativi, allora occupatevi di qualcos'altro. I professori-burattinai non possono più continuare a inebetire i ragazzi per una propria mancanza di forza (=>la forza di mettersi in gioco). Ogni ambito formativo richiede una buona dose di Net.Futurismo.

Ormai è sempre più vicino il giorno in cui tutte le debolezze passapresentiste verranno spazzate via da una grassa, colossale risata prospettica net.futurista: accademici, virtuali cammuffati da virtuosi, non riuscirete a giustificare la vostra vigliaccheria nemmeno balbettando - e nessun manuale vi sarà d'aiuto.