
sabato 25 dicembre 2010
lunedì 6 dicembre 2010
ocinomranE oreisneP
Detto così, sembro scemo. Invece no, io penso sempre il contrario di quello che penso.
Prendi le figurine a cui tenevi di più, la tua canzone preferita, il partito che hai sostenuto per anni, la buona causa per cui ti sei battuto, la vita che ti sei costruito. Prendi il tuo senso del dovere, i pochi valori che ritieni importanti. Guardali bene. Ne hai davvero bisogno? Non senti qualcosa che ti infastidisce, non ti senti minacciato da un'incoerenza di fondo che potrebbe rovinare tutto?
Bene: è il momento di essere il contrario di te stesso!
Fare il bastian cuntrari è fin troppo facile con gli altri, ora è il momento di giocare sulla tua pelle.
Metti in discussione tutto, accanisciti, devi essere spietato.
Ma come si può essere contro sè stessi?!
"Me stesso" non esiste. "Me stesso" è quel meccanismo di difesa donatoci da Madre Natura più comunemente chiamato Ego. Gli insetti sociali non hanno nessun "me stesso". Puoi dubitare di te stesso? Altrochè! Puoi dubitare di TUTTO. Sopravviverà qualcosa al Dubbio?
Ovviamente sì (soprattutto se si mettono da parte i dubbi esistenziali). Quello consigliato è solo un esercizio per conoscersi meglio, acquisire sicurezza e lucidità. L'uomo medio, nella sua testa, farfuglia in modo quasi involontario. Se riuscisse a convincersi del contrario di quello che pensa, al di là del risultato delle proprie riflessioni, ne uscirebbe più forte, più consapevole. Un piccolo passo per l'uomo, un tuffo nell'enarmonia del pensiero.
venerdì 5 novembre 2010
Al di là delle 12 sbarre
"Al di là delle 12 sbarre" è una dichiarazione di guerra a tutti i vincoli che portano l'uomo ad omologarsi. Il suono torna alla propria natura, strabordando dalle 12 note che rimbambiscono la nostra sensibilità mutilata per arrivare al puro rumore. Ad accompagnarci in questa battaglia, serie di sinusoidi che giocano con intervalli di ottavi di tono, inferendo il colpo di grazia all'armonia tonale e alle melodie che subiamo passivamente da secoli.
mercoledì 27 ottobre 2010
22 ottobre 2010 - Net.Futurismo al Corriere della Sera

Alla sede del Corriere c’è un via vai di gente fredda; non abbiamo bisogno di entrare per sapere che tipo di ambiente troveremmo all’interno, e basta guardare lo scorrere degli sguardi persi per comprendere come riescano ad essere pubblicati certi articoli.
Ma noi, da net.futuristi, di certo non ci limitiamo a guardare ;)
Volantini in mano, discorsi frenati nei polmoni e pronti ad esplodere, creiamo l’elemento di disturbo che può ristabilire almeno l’ombra di un contatto con la realtà; sì, perché riuscire a parlare a persone che non sono più abituate a farlo rappresenta la più grande forma di avanguardia che si può fare oggi, quella che l’ “alta cultura” di Fumaroli non sarà mai in grado di fare perché virtuale, chiusa in sé stessa.
L’impresa è più difficile del previsto: le persone che passano non sembrano essere minimamente entusiaste di vederci. Abituate ai soliti assalitori in cerca di soldi, vogliosi di vendere, pronti a fregarle, un network di avanguardisti sparsi per tutta l’Italia che senza nessun scopo lucroso si riunisce in quel preciso spazio è pura fantascienza. Ma noi, che siamo vivi e cocciuti, continuiamo nella nostra impresa.
Gente incurante o impaurita, “grazie” e “no grazie”, qualcuno alla fine si avvicina, perché nei più svegli vince sempre la curiosità. Quello è il momento in cui il tragico equilibrio di una giornata vuota si rompe, lasciando filtrare frammenti di coscienza pronti a mettere radici e crescere. Spostiamo la situazione in strada, all’Accademia di Brera, al convegno internazionale dei Transumanisti: dobbiamo arrivare ovunque.
La provocazione di un blog approda prima sul territorio e ora su questa pagina.
martedì 5 ottobre 2010
Linguàrtritamòt: non lasciatevi parlare
In lingua dei segni si usa lo stesso segno per dire "mi piace" e "lo voglio".
Quello che in italiano è un rubacuori, in dialetto è uno sciupafemmene.
Siamo abituati a organizzare i nostri pensieri con parole che usiamo quotidianamente, ma quasi mai ci soffermiamo a riflettere su quanto esse siano relative, e come cambi la sfumatura di un vocabolo traducendolo o sostituendolo con un sinonimo.
Cambiare il proprio modo di rapportarsi alla lingua è un passo fondamentale nella riorganizzazione delle strutture mentali.
L'approccio alla lingua è stato finora di due tipi:
-quello passatista, ossia del grande oratore in grado di lanciarsi in virtuosismi buoni soltanto per chi ha tempo da perdere; tipico è il suo modo di fuggire da questioni complesse utilizzando termini e citazioni sconosciuti ai suoi interlocutori. E' evidente la sua dipendenza dai vecchi schemi, che gli infondono sempre sicurezza, e tratta la propria lingua come un delicato vaso di porcellana, "muovendola" il meno possibile.
-quello presentista, diversamente passivo: sebbene interessante per la ricchezza di termini gergali che si rinnovano costantemente, la lingua parlata dal presentista è una minestrina lessicale generatasi dalla magra acquisizione dello stesso modello del passatista. Sentire un presentista che parla è un'esperienza divertente, si assiste alla dissoluzione del campo semantico attraverso poche confuse parole. Egli ha rifiutato il grottesco spettacolo del passatista, gettandosi in una commedia diversa ma decadente in ugual misura.
Per noi netfuturisti, parlare è un momento di riflessione critica sui propri bisogni, linguistici e quotidiani. Se il termine non esiste ancora, in un modo o nell'altro salta fuori. Questa pratica è il linguàrtritamòt: l'arte di tritare parole ed espressioni, spremerle, crearle, cestinarle o risignificarle.
Verso una lingua performativa.
mercoledì 8 settembre 2010
Poesia direzionale del tempo di transito
lunedì 9 agosto 2010
Flussi - poema transcomunicativo
"Flussi" è una raccolta di poesie in cui la parola acquisisce una personalità propria, schizzando, scorrendo o lampeggiando a seconda di ciò che rappresenta.
Le fonti d'ispirazione fondamentali sono state indubbiamente due: il flusso di pensieri, e il flusso di stimoli da cui siamo quotidianamente bombardati. Essi mi hanno portato a ricercare una nuova forma comunicativa (transcomunicativa) in cui la parola scritta non è più un’ imitazione del linguaggio parlato, ma un sistema simbolico che oltrepassa le barriere formali della normale comunicazione e va ad inserirsi direttamente nel flusso di pensieri del lettore, che potrà comprenderne il senso soltanto se in grado di cogliere le cose nella loro globalità.
sabato 24 luglio 2010
giovedì 15 luglio 2010
Apriamo le scuole!
chiuse erano le menti di chi, al suo interno, lavorava per chiudere quelle altrui, creando in questo modo un meccanismo di autoconservazione; chiuse erano le porte della scuola - chiuse al mondo e alla vita. Ed è ancora così, oggi più che mai.
No, davvero, le scuole devono essere aperte.
Apriamole, come nel corso di un'autopsia, per stabilirne le cause del decesso.
Apriamole al vissuto quotidiano di chi ogni giorno ha a che fare con esse, perchè una scuola che finisce dove finisce l'aula di lezione non può essere considerata altro che una vessazione, tutt'altro che formativa.
Strano che mentre Boccioni pensava alla "statua aperta", in compenetrazione con lo spazio circostante, Papini non abbia ipotizzato un'evoluzione analoga delle istituzioni.
Chiudere le scuole sarebbe fuori luogo, ma non più di mantenerle così come sono. Bisogna restituire la formazione alla sua funzione più nobile - quella di supportare e incrementare lo sviluppo del singolo individuo inserito in un contesto sociale - e per fare questo serve un nuovo modello educativo. Le conseguenze avrebbero ripercussioni sociali enormi.; infatti, se una scuola "chiusa" può nuocere così tanto, quella "aperta" rappresenterebbe una profonda speranza per chi come noi net.futuristi si augura un futuro pieno di menti creative e brillanti.
Il punto di partenza per tale rinnovamento è il Manifesto degli insegnanti lanciato in questi giorni sul web. Questo testo, frutto di confronti e dibattiti avvenuti nel ning "La scuola che funziona" - con la presenza dei net.futuristi Antonio Saccoccio e Mariaserena Peterlin - enuncia in modo molto schematico e diretto quella che sarà la base per un radicale cambiamento nel mondo della formazione. Ben inteso, il manifesto NON è un punto di arrivo: con esso viene a crearsi una nuova zona di sviluppo prossimale, che in questo caso non riguarda più i contenuti appresi dagli studenti, ma ciò che gli insegnanti dovranno imparare ad essere, perchè - riprendendo le parole di Antonio Saccoccio - il cambiamento auspicato è di tipo paradigmatico.
Apriamo le scuole!
lunedì 12 luglio 2010
Quello che rimane
Quindi si suppone che si imparino i metodi migliori per aiutare i bambini nel loro percorso di crescita.
E invece mi ritrovo a dover constatare che quello che rimane nella formazione (per l'appunto) degli studenti non è il contenuto dei libri - che tra un Vygotskij e un Claparède, completati da programmazioni di esperienze didattiche, gli stimoli tutto sommato non mancano - quello che rimane, dicevo, è la virtualità, culturalmente appresa, dell'università e dell'istruzione in generale.
Mi spiego meglio.
Sto per dare un esame di didattica della matematica (in cui tutto ciò che è inerente alla didattica è magicamente scomparso) e mi sintonizzo sulle frequenze delle mie conoscenti per captare qualche informazione al volo. Ripassano, fanno bigliettini, si interrogano a vicenda. Quello che mi sorprende, è il modo in cui vanno in crisi alcune di loro per argomenti che non ricordano bene, nonostante siano molto intuitivi (sempre di matematica per bambini si parla...). Sono stupide? Sono ignoranti?
Niente di tutto ciò. Hanno la sindrome da virtualità indotta.
Ossia, non riescono a vedere collegamenti tra ciò che studiano e ciò che vivono; il libro per loro nasce a pagina 1 e muore a pagina tot. Tutte le loro conoscenze non servono a niente, il loro vissuto non deve esistere: l'esame, l'università sono microcosmi privi di nessi con la vita - appunto, virtuali, realtà simulate.
Ben inteso, non si tratta di un punto di vista degli studenti indotto dalla loro ingenuità, ma da un'azione massiccia di stiraggio da parte dell'istituzione scolastica, che educa fin dalla prima infanzia ad essere niente più che degli esseri privi di volontà, appiattiti, la cui esperienza non vale nulla.
Ovviamente, all'università si mantiene questa linea, e i metodi più avanguardisti vengono insegnati coi metodi più scadenti (e, da più di un secolo, scaduti).
Così, quello che rimane impresso nelle menti di questi ripetitori stirati, non è il contenuto, ma il modo in cui l'hanno "appreso" - e la grande stireria che si occupa di istruzione può stare serena ancora per un po'.
sabato 3 luglio 2010
Rumore formativo, pensiero enarmonico - parte 2
Ricordo come ciò dovessero confessare, con profondo stupore, gli esecutori che ebbi per il primo concerto dato a Milano con gl'Intonarumori. Dopo la quarta o quinta prova, mi dicevano, che fatto l'orecchio e presa l'abitudine al rumore intonato e variabile dato dagli Intonarumori, fuori in strada prendevano grandissimo piacere a seguire i rumori dei tram, delle automobili, ecc. constatando con stupore le varietà di tono che riscontravano in questi rumori.
Erano dunque gl'Intonarumori che avevano avuto il merito di rivelare loro questi fenomeni."
Esso ha per fine l'emancipazione della sensibilità musicale, propria e altrui. Gli esperimenti di musicoralità lanciati da Gianluigi Giorgetti e quelli di technorumorismo ai quali hanno partecipato diversi net.futuristi, sono forse quelli che manifestano in modo più evidente quest'obiettivo: riuscite a immaginare come sarebbe ritrovarvi a "canticchiare" il rumore di un motore o il semplice parlato? Il passo successivo sarebbe riconoscere come "musicali" tutti i motori e tutte le voci.
E' giunta l'ora di piantarla definitivamente con queste buffonate usa e getta, e dedicarci alla nostra percezione, alla nostra conoscenza dello spazio circostante, così come indicava già Antonio Saccoccio in questo post.
L'elettrorumorismo net.futurista non darà mai l'intrattenimento sempliciotto di cui molti credono di necessitare.
Il rumore è un'arma dal forte potenziale formativo.
giovedì 10 giugno 2010
giovedì 20 maggio 2010
Ritratto del presentista - sintesi topofonetica

lunedì 10 maggio 2010
Rumore formativo, pensiero enarmonico
Ogni limite si maschera con uno schema.
Ogni schema serve a semplificare un problema affidandone la risoluzione, per l'appunto, ad uno schema [che sovente viene imposto da qualcuno e preso per buono da qualcunaltro, senza troppe domande (gli schemi fanno comodo ai deboli)].
Questa sorta di burocrazia del pensiero si presenta in ogni azione attiva o passiva che sia, nelle abitudini individuali e nelle consuetudini sociali; le sue maschere sono quelle dell'accademismo, del dogmatismo, dello "stile", dei principi di armonia in musica e nella monodirezionalità in ambito artistico, formativo, mediatico.
Ho la pelle d'oca quando penso che per secoli e secoli abbiamo usato quasi esclusivamente le stesse 12 note; sarei più sereno tenendo lo stesso paio di calzini per una settimana. A quanto pare siamo così pigri da accettare 12 sbarre purchè costituiscano una comoda gabbia.
Ogni musicista dovrebbe decidere su quali frequenze "fissare" le proprie note (sempre ammesso che questo lavoro sia considerato necessario dall'autore: è una questione d'intenti). Quando la percezione collettiva arriverà a preferire la diversità rispetto all'omologazione, l'iniziativa alla ripetizione, scopriremo di essere degli instancabili rumoristi in un mondo di Musica: l'armonia tonale, per la sensibilità musicale, ha finito per rappresentare ciò che un distacco della retina può essere per la vista: ci ha tolto la gioia di apprezzare i rumori per ciò che sono.
E ancora: non può essere altro che pigrizia quella che spinge a continuare ad adottare le cadaveriche lezioni frontali. "Stai seduto e ascolta", un metodo fallito in partenza, non credo ci sia bisogno di molte argomentazioni sul perchè: abbiamo tutta la pedagogia del Novecento a insegnarci come questa modalità di lezione sia una delle cause fondamentali della demotivazione da parte degli alunni. Occuparsi di formazione non è certo un lavoro per vigliacchi: se non vi rendete conto che le lacune dei singoli professori e maestri possono finire per rovinare intere generazioni, state alla larga; se non capite che questi sono anni complessi e di transito, e che bisogna insegnare creativamente ad essere creativi, allora occupatevi di qualcos'altro. I professori-burattinai non possono più continuare a inebetire i ragazzi per una propria mancanza di forza (=>la forza di mettersi in gioco). Ogni ambito formativo richiede una buona dose di Net.Futurismo.
Ormai è sempre più vicino il giorno in cui tutte le debolezze passapresentiste verranno spazzate via da una grassa, colossale risata prospettica net.futurista: accademici, virtuali cammuffati da virtuosi, non riuscirete a giustificare la vostra vigliaccheria nemmeno balbettando - e nessun manuale vi sarà d'aiuto.
lunedì 22 marzo 2010
Libertà!
domenica 7 marzo 2010
pensieronudo
Ho cercato di mettere a nudo il pensiero perchè dal chaos mentale che ognuno si porta dentro deve sempre emergere la propria volontà; bisogna riuscire a dominare questa cascata e focalizzarla verso un obiettivo.
L'alternativa è la stasi.
lunedì 1 marzo 2010
Grande Fratello e New Media
Il Grande Fratello non è diventato altro che uno studio sulla perdita dell'identità.
Risponde il pubblico:
domenica 21 febbraio 2010
La casodinamica net.futurista
Se queste cose fossero rivalutate, se le si attribuisse il giusto peso, una vita vuota potrebbe trasformarsi in una performance costante e totale.
"...non si sa dove finisce il fotodinamismo e dove comincia una foto mossa" recitava una voce registrata nello spettacolo "Aeroballa" alla Lavanderia a Vapore di Collegno, subito dopo l'inaugurazione di una MoNoMo. Lo stesso giorno iniziavamo a capire le casodinamiche.
Osservare una foto di Bragaglia oggi fa inevitabilmente pensare ad una foto mossa, scattabile da chiunque con mezzi non professionali. Le foto mosse vengono spesso considerate foto venute male, indice di una posa mal tenuta dal soggetto, che al momento dello scatto si è mosso.
Epperchemmai questo dovrebbe essere sbagliato? Perchè immortalare un momento di immobilità che non sarebbe esistito altrimenti?
Le casodinamiche net.futuriste partono da questi presupposti, figli delle foto-performance di Depero molto più del fotodinamismo di Bragaglia; includono obbligatoriamente una selezione da parte dell'autore, perchè non tutte le foto mosse possono comunicare.
Sono alla portata di tutti, perchè la quotidianità non è un attributo di cui vergognarsi, ma la base per un'arte-vita net.futurista.
E poi...
non sono bellissimo?
venerdì 12 febbraio 2010
Virtuale a chi?
giovedì 28 gennaio 2010
Secondo me
lunedì 11 gennaio 2010
...femminismo oggi?
Queste commemorazioni (perchè di questo si tratta, in quanto analizzano il fenomeno come storico/museale) mi hanno indotto a prendere in considerazione il femminismo alla luce di ciò che mi circonda.